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sabato 8 maggio 2010
Satellite
Mi manca il fiato: non riesco a muovermi.
Cinque e trenta del mattino e sono nuovamente paralizzato sotto il mio piumone a scacchi: lo stesso sogno. Lo stesso risveglio violento.
L'interruttore è sempre li, sul comodino alla mia destra, ma oggi nulla sembra al proprio posto. La mia rabbia cresce.
Mi sento proprio un satellite: influenzato da chi non incontro.
M.
PS La musica del video è dei Random: un gruppo emergente romano.
Altre cose le trovate qui: meritano!
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sabato 3 aprile 2010
Can you hear me?
Questa è la storia vera di un muto, un ex cardiopatico ed un sordo.
Proprio in quest’ordine.
Insieme a loro una trentina di persone in un luogo fatiscente: la sede della commissione provinciale per i rinnovi e i rilasci delle patenti di guida e nautiche.
C’è fervore e tensione: tutti sono li per dimostrare le proprie idoneità a portare ancora un mezzo con le ruote, nel caso dell’ex cardiopatico quella di un timone. Il muto e il sordo ce li ha voluti invece il destino. Non può essere altrimenti.
L’organizzazione prevede un sistema molto semplice, il paziente che esce annuncia il successivo. Una sorta di spazio autogestito.
Il muto finisce la sua visita, ma ovviamente non può chiamare nessuno e così i membri distratti della commissione, trascorso qualche minuto senza movimenti, iniziano a pensare che l’ex cardiopatico non si sia presentato all’ora indicata.
Passa ancora qualche istante e poi finalmente viene fatto chiamare, questa volta da un commesso, un ulteriore paziente, che essendo sordo, altrettanto ovviamente, non sente nulla.
A questo punto il commesso evidentemente infastidito esclama: “è mai possibile che non si debbano mai rispettare gli orari?”
L’ex cardiopatico, visto l’orario, intuisce che qualcosa non sta funzionando e, avvicinandosi, chiede: “avete chiamato per caso MB?” .
“Certo, due turni fa, dove era finito?”, risponde il commesso, che aggiunge:
“Si sbrighi ed entri immediatamente”.
“Si sbrighi ed entri immediatamente”.
L’ex cardiopatico viene preso dall’agitazione e sente il suo cuore tornare a battere come nei tempi sbagliati, ma alla fine, mettendo in ordine le idee e prendendo tutte le sue carte, si calma ed entra.
Sala enorme, al centro una sedia rossa.
Un medico gli indica a gesti di accomodarsi proprio lì, in mezzo alla sala, e poi, chinandosi di fronte a lui con entrambe le mani sui braccioli, gli urla scandendo molto lentamente tutte le parole:
“B U O N G I O R N O – O R A – L E - F A R E M O – Q U A L C H E – D O M A N D A – P E R – V E R I F I C A R E – I L – S U O – S T A T O – D I – S A L U T E”.
L’ex cardiopatico indietreggia istintivamente sulla sedia e, con fare titubante, risponde: "perfetto”.
Il medico si allontana arrivando in fondo alla stanza e con una mano davanti alla bocca urla:
“V E N T I T R E”, poi correndo si riavvicina all’ex cardiopatico e gli urla:
“C H E – C O S A – H O – D E T T O?”.
“V E N T I T R E”, poi correndo si riavvicina all’ex cardiopatico e gli urla:
“C H E – C O S A – H O – D E T T O?”.
L’ex cardiopatico, ormai terrorizzato, risponde tempestivamente: “ventitre”.
“M O L T O – B E N E”, commenta il medico che immediatamente dopo si posiziona all’angolo opposto della stanza e ripete l’operazione, urlando questa volta il numero S E T T E. Così per oltre dieci minuti. Fin quando da dietro un armadietto si sente l’ultimo urlo:
“I D O N E O!”.
“I D O N E O!”.
Ora mi chiedo: secondo voi, al sordo entrato dopo, come avranno fatto a fargli capire di togliersi la camicia per farsi applicare gli elettrodi dell’elettrocardiogramma?
M.
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domenica 28 febbraio 2010
In viaggio con le tessere
Martedì 23 Febbraio, 4.45.
Quando suona la sveglia, queste sono le cifre scolpite in rosso dal proiettore dell'Oregon Scientific sul soffitto della mia stanza.
Sono sveglio ma confuso: è molto presto e non ci sono infermieri intorno a me.
Già: è così maledettamente presto solo perché ho ricominciato la vita “normale”.
Non ho prelievi in programma. Devo solo alzarmi.
Ginnastica, doccia, barba, vestito, colazione e documenti: si riparte. Tre mesi esatti oggi.
Tre mesi senza aerei, treni e taxi; eppure sono certo di aver viaggiato tanto. Forse come non mai.
Dei libri mi piace questo. Il gusto di realtà che mi lasciano. Un po' come dopo un bel sogno.
Mi piace la loro forza di tenermi in movimento: ogni volta un legame a qualcosa d'altro.
Una scoperta continua. Un posto da visitare. Un altro libro da leggere. Una canzone da ascoltare. Un vino da assaggiare. Una ricetta da dover provare e più semplicemente un ricordo che riaffiora.
A chi mi ha chiesto che fine avessi fatto in questi ultimi tre mesi, ho risposto: ho viaggiato molto e giocato a domino.
M.
Immagine dal web
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martedì 2 febbraio 2010
Le pagine mancanti
Marina stava pensando a questo mentre l’auto proseguiva spedita verso il parcheggio dei TIR. Lei continuava a fissare Olli e sua madre Emilia attraverso lo specchietto retrovisore, ma i due sembravano troppo assorti anche per la minima interazione.
Così rimase ferma, immobile, ma ormai aveva deciso.
Neanche il caldo torrido la intimoriva più.
Appena fermati, Marina non attese le solite preghiere: uscì con l’agilità che i suoi due accompagnatori non pensavo più lei potesse avere.
Così rimase ferma, immobile, ma ormai aveva deciso.
Neanche il caldo torrido la intimoriva più.
Appena fermati, Marina non attese le solite preghiere: uscì con l’agilità che i suoi due accompagnatori non pensavo più lei potesse avere.
Toccato l’asfalto Marina capì, chiaramente, di essere contenta come non lo era mai stata: non sarebbe rimastata più sola. Almeno così credeva dal giorno in cui fu raccolta proprio in quel parcheggio e continuò a crederlo anche dopo che la macchina andò via sgommando senza di lei. Continuò ostinatamente a credelro fino a quando i suoi zoccoli affondarono completamente nell'asfalto bollente di una calda giornata d'agosto in Sardegna.
In quell'istante Marina smise di essere una capra contenta e.........
Ho immaginato così, a modo mio, un passaggio di Palline di pane di Paola Mastrocola.
Mi capita spesso di chiedermi cosa possano effettivamente pensare i personaggi di un romanzo, mentre la narrazione li sfiora solamente, privandoci così delle loro riflessioni, escludendoli dal finale e lasciandoci nel dubbio sui loro destini.
Si, me ne rendo conto, non ha molto senso: più importante in questo caso mettere in luce i luoghi comuni, i pregiudizi e dare compimento alla storia, però l'unica cosa che mi sia veramente rimasta di Palline di Pane è proprio capire dove sia finita la capra Marina.
....delusa dalla vita, Marina ora vive su un albero. Ne ho le prove!
M.
immagine dal web
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